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La chiesa di Saletto di Piave

….I salettani sotto lo sguardo dell’immacolata che dalla sua ferita effige ritta sulle macerie dell’antico tempio sorrise nel 1917 ai loro padri…

in questo passo tratto dalla targa presente all’interno della chiesa di Santa Maria Immacolata di Saletto si cela una delle storie più belle di questo paese. Nel 1917, in seguito ai bombardamenti che coprivano l’avanzata dell’esercito austro-ungarico, la chiesa di Saletto viene completamente rasa al suolo insieme alla sua torre campanaria. L’unica cosa a rimanere miracolosamente eretta tra le macerie è la statua della Madonna con in braccio il bambin Gesù.
Saletto chiesa solo macerie 72dpiLa statua, ferita e segnata dal crollo, viene vista in quell’anno nero come una luce di speranza e di fede, e portata al sicuro da un gruppo di  bersaglieri che la nascosero in una  casa di Saletto per un po di tempo, per poi trasferirla nelle retrovie.
Tutt’oggi i segni di quell’episodio sono visibili nell’effige presente sul suo  altare all’interno della chiesa. Infatti  sotto il vestitino del bambin Gesù vi è ancora presente un foro di proiettile, mentre sono visibili i segni della ricostruzione del braccio sinistro della Madonna.

Medaglie a Saletto di Piave

Saletto di Piave, viene citato più volte nelle motivazioni di medaglie al valore consegnate. Di seguito vengono riportati i nomi e le motivazioni.
Medaglia d’oro
-Capitano di fanteria GIOVANNI EMILIO BOCCHIERI, comandante della 1394° compagnia mitragliatrici e che si era già meritata una medaglia d’argento a Fagarè nel corso della prima resistenza del precedente novembre. Nato a Ragusa Inferiore (Siracusa) nel 1894 e diplomato ragioniere, Bocchieri aveva frequentato la Scuola militare di Modena dalla quale era uscito sottotenente pochi giorni prima della dichiarazione di guerra; la medaglia d’oro conferitagli alla memoria (Breda di Piave, 15-18 giugno 1918), lo ricorda «Comandante di una compagnia mitragliatrici, dopo una tenace resistenza fatta con la propria compagnia, ricevuto l’ordine di spostarsi in una località ove il nemico aveva rotto la nostra linea, vi trascinava i suoi mitraglieri, e, presa posizione colle armi, respingeva l’avversario. Attaccato novellamente da forze superiori ed accerchiato perchè nostri reparti laterali avevano ceduto, per un giorno intero, fulgido esempio di tenacia, resisteva strenuamente infiammando con atti di valore ed eroismo i suoi uomini. Serrato da presso, presa personalmente una mitragliatrice e postala allo scoperto sull’argine, mitragliava a bruciapelo il nemico e lo ricacciava, finché, colpito al petto, cadde gloriosamente sull’arma».
-Capitano COSTANTINO CROSA del 201° reggimento di Fanteria (brigata «Sesia»), nato a Biella nel 1889 e che aveva già combattuto nel Trentino, sull’Isonzo, sull’altipiano di Asiago, sul Carso e nella zona di Gorizia.
Unitamente al 202° reggimento, il 201° – col capitano Crosa – si trovò impegnato fin dal momento dell’attacco dell’avversario che, guadagnato l’isolotto Vittoria, faticò assai a porre piede sulla destra del Piave; medaglia d’oro al valore militare così motivata: «Sotto il violento bombardamento nemico con slancio mirabile, recavasi ad occupare un caposaldo dì eccezionale importanza, col compito di difenderlo fino all’estremo. Ed il compito assolveva in modo impareggiabie, mantenendosi incrollabile per quattro giorni di accaniti combattimenti, e respingendo sempre il nemico soverchiante. Rimasto con pochi uomini e attaccato da ogni parte, trovava ancora tanta energia da ingaggiare un’impari lotta con bombe a mano coll’avversano irrompente e lo fiaccava definitivamente, ma consacrava la vittoria col cosciente sacrificio della propria vita. Fulgido esempio di eroismo, spirò dichiarandosi contento di avere, ancora una volta, reso fatto compiuto il motto: Di qui non si passa! Molino Vecchio (Piave), 15-18 giugno 1918».
Costantino Crosa — la cui salma venne seppellita nel mistico cimitero di Oropa sotto un monumentino erettogli dagli amici e dai cittadini, e alla cui memoria la città natale intitolò una via — era stato proposto per la promozione a maggiore per merito di guerra ma la pratica venne interrotta dalla sua eroica morte sul campo dell’onore.

– Maggiore CESARE POGGI del 272° Fanteria che tra il 17 e il 18 giugno si meritò la medaglia d’oro riuscendo a sopravvivere alle molteplici ferite ricevute.
Nato a Torno — in provincia di Como, nel 1883 — Poggi era un ammirato veterano che seppe meritare la promozione a capitano per merito di guerra nel maggio del 1916 ottenendo anche due medaglie d’argento al valor militare (Altipiano della Bainsizza, agosto 1917 e sul Monte Carnizza — Natisone — nell’ottobre dello stesso anno); era stato proposto per la promozione a maggiore per merito di guerra, ma l’ebbe invece «per meriti eccezionali» col trasferimento al 272° reggimento Fanteria del cui 2° battaglione aveva assunto il comando.
Per la situazione che si era creata alla Battaglia del Solstizio, il reparto del magg. Poggi (con tutto il suo 272° e il 271° facenti parte della brigata «Potenza») venne inviato a sostegno della «Cosenza» e della «Sesia» della cui attività e dedizione abbiamo più sopra accennato; la lotta iniziò furibonda a Casa Pasqualin ridotta a un mucchio di rovine adattate a fortilizio, e la medaglia d’oro, concessa al magg. Poggi con motu proprio del re, ricorda quel glorioso avvenimento svoltosi in terra trevigiana: «Comandante di un battaglione da lui mirabilmente preparato, occupava e teneva per tre giorni un caposaldo, resistendo, sebbene isolato quasi completamente, ad attacchi in forze del nemico, e contrattaccando a sua volta. Ferito in due parti del corpo manteneva il comando e dopo fierissima resistenza, esaurite le munizioni, ripiegava in ordine su posizioni poco arretrate. Quivi, ferito nuovamente due volte, era ancora l’anima della resistenza. Esausto per la perdita di sangue si decideva a lasciare il comando solo per la insistenza dei suoi e per la fiducia che poteva avere nel suo successore».
Rimarginate le ferite e conclusasi la guerra, il magg. Poggi si congedò e — decorato pure della croix de guerre francese — si dedicò agli emigranti quale ispettore del commissariato di emigrazione di Genova.
Quel 18 giugno, nel pomeriggio, gli austriaci sferrarono un nuovo irruento attacco che si estese con crescente violenza in tutto il settore di Fagaré; ad integrare la resistenza dei fanti era giunto il 4° reggimento bersaglieri del quale faceva parte l’aiutante di battaglia GIUSEPPE PAGGI che, nato a Sala Vercellese — secondo altri biografi, a Cascine Strà — (Novara) nel 1890, si era già meritato una medaglia di bronzo a Monfalcone nell’agosto 1916 (riportando una grave ferita), una medaglia d’argento nel settembre 1917 a Nova Vas, ed altra medaglia di bronzo a Flondar nel maggio 1917; nel novembre di quest’ultimo anno aveva pure conseguito la promozione ad aiutante di battaglia per meriti di guerra per altra eroica azione nella zona di Paludea.
Il 18 giugno ricorreva l’anniversario della costituzione del Corpo dei bersaglieri (fondato da La Marmora nel 1836) e l’eroico fante piumato Giuseppe Paggi cadde proprio in quel giorno «Ardito fra gli arditi, temprato dal pericolo più volte impavidamente affrontato, volontario nelle imprese più rischiose, trasfondeva coll’eroico suo contegno forza e vigore nei dipendenti. Con pochi uomini valorosamente affrontava il nemico asserragliato in una casa e faceva ben quaranta prigionieri. Ferito, rinunciava ad ogni cura, animato dal solo pensiero di rimanere coi suoi bersaglieri. Visto che l’avversario aggirava una nostra mitragliatrice, lo contrattaccava col proprio plotone, e dopo un furioso corpo a corpo salvava l’arma. Mentre poi la postava per aprire di nuovo il fuoco, cadde colpito a morte da una pallottola nemica: fulgido esempio di elette virtù militari. Saletto di Piave- Ca’ del Bosco (Piave), 18 giugno 1918».
L’eroica Medaglia d’oro di Ca’ del Bosco (località a breve distanza da San Bartolomeo, a nord di Fagarè) era pure decorato della medaglia d’oro serba.

Medaglia d’argento
-Alla Bandiera del 272° Reggimento Fanteria:“In numerosi giorni d’impari, cruenta, violentissima lotta, intessuta d’eroismi e di sacrifici, infranse a Cà Pasqualini, a Saletto e a molino Nuovo, il formidabile urto del soverchiante nemico, dando splendide prove di tenace valore e di intrepido slancio (Piave, 15 – 22 giungo 1918)”.
-Edoardo Olivero, della 917 squadriglia aeroplani “Baracca”:
“Valoroso pilota, con ricognizioni a grande distanza su centri di movimento e campi di aviazione nemica, rese segnalati servizi. In numerosi combattimenti aerei, insieme con altri piloti, si batté con valore ed abilità, sempre secondo ragione, degli avversari, per quanto numerosi essi fossero. Il 30 novembre 1917 nel cielo di Rivasecca ed il 15 giugno 1918 in quello di Saletto di Piave, coadiuvava mirabilmente un compagno nell’abbattimento di due velivoli nemici precipitandoli in fiamme. Scortò con perizia e valore numerosi nuclei di bombardamenti liberandoli, anche in difficili condizioni, da risoluti attacchi anniversari. Nelle azioni offensive del giugno –ottobre – novembre 1918 si prodigò senza posa nei mitragliamenti sul nemico desistendo neppure quando il fuoco avversario gli ebbe gravemente danneggiato l’apparecchio.
Cielo di Rivasecca e del Piave 30 novembre 1917
giugno – ottobre – novembre 1918”

Le postazioni recuperate

 

All’inizio dei lavori di recupero le due postazioni si presentavano per lo più ricoperte dalla vegetazione e con parte del manufatto ricoperto da sedimenti.

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Situazione del sito Cardin a marzo 2013

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Situazione del sito in via Casoni settembre 2013

Postazionei-nidi di mitragliatrice risalente al 1°conflitto mondiale, poste in prossimità dell’ex cava Cardin a Saletto e in prossimità dell’argine in via dei Casoni. Costruita nel 1917 dal Genio Militare e dalla popolazione locale con mezzi di fortuna come avamposto di difesa della sponda destra del Piave. Sono ancora ben visibili infatti i segni lasciati da tine e botti utilizzati come stampi per le gettate di cemento . Il manufatto è composto da un anello esterno in cemento armato di circonferenza pari a 4m, con una nicchia circolare interno di circa 1,5m dove si appostava il mitragliere e il servente al pezzo. La profondità del nido è di circa 1.5m, e sono presenti i segni della copertura metallica ad ombrello. Il tutto veniva mascherato con tegole, calcinacci e ramaglie. Nei lati sono presenti due riservette poste parallelamente alla trincea. Queste piccole postazioni essendo quasi del tutto interrate erano difficilmente individuabili. L’armamento era di una o due mitragliatrici in grado di opporre un efficace fuoco di sbarramento incrociato, con la possibilità di ripiegare velocemente verso l’argine retrostante percorrendo un camminamento.

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sito recuperato in via casoni

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sito recuperato ex cava Cardin

 

 

 

 

 

 

 

 

Sovrapponendo poi le carte dell’epoca con foto aeree attuali è stato possibile definire con un margine d’errore accettabile la posizione degli avamposti italiani nella sponda destra del Piave del territorio di Saletto. Le postazioni, poste a c.ca 115 m l’una dall’altra, sotto il controllo del 1726 c.m. e del 1586 c.m. permettevano una buona copertura del letto del fiume con un micidiale tiro incrociato. Alle spalle di queste postazioni, stando alla cartografia, vi erano, per il tratto di via Casoni/via Casette, quattro “casematte”, ossia postazioni in cemento armato poste a ridosso o addirittura all’interno delle case esistenti. Queste potevano coprire un eventuale ripiegamento della prima linea dietro l’Argine San Marco e le retrostanti compagnie di artiglieria, garantendo il tempo per un eventuale riposizionamento. Il tutto per scongiurare uno sfondamento delle linee come avvenne a Caporetto. A ridosso del secondo argine del Piave, nominato anche argine nuovo, era posizionata la seconda linea, presieduta dal 2018 compagnia mitragliatrici.

E’ stato notato inoltre che su molte mappe militari, per facilitare le indicazioni e il puntamento dell’artiglieria, agli isolotti che il fiume Piave formava venivano dati dei nomi. Nel tratto di Saletto sono state individuate l’isola Messina, Vittoria, Palermo, Pisa, Como, Rolando e Novara.

Da qui l’idea di realizzare un percorso tematico sugli avamposti italiani nella Prima Guerra Mondiale.

I Caimani del Piave

Il gruppo Caimani del Piave nasce come gruppo di lavoro in ambito storico dell’associazione Argine Maestro.  La passione per il nostro territorio e la storia di cui ne è intriso c’ha portato a lavorare insieme per recuperare e rivalutare i luoghi di maggior interesse e valore.

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Stato dei lavori dall’ottobre 2013 a luglio 2014

 

Il sito in cui si inserisce il progetto è nel margine destro del fiume Piave che costituisce il limite N/E del territorio comunale di Breda di Piave. Più precisamente tra il bosco del fiume e l’argine del Piave che contiene la viabilità ordinaria comunale (Via Argine Casoni). Il progetto che si sta sviluppando dall’ottobre del 2013 vuole riportare alla luce gli avamposti risalenti alla Grande Guerra e le opere idrauliche storiche, tutt’oggi presenti nel territorio di Saletto ma cadute in uno stato di abbandono. Per quanto riguarda il sito in via dei Casoni il progetto è in fase di completamento. Infatti è già stata rimossa la vegetazione pioniera e lo strato di sedimenti che si era accumulato con le piene del fiume mentre la trincea che correva alle spalle della postazione ripristinata e ricostruita. Quest’ultima, 10153012_1458141444417512_1897194818_nrealizzata per una lunghezza di c.ca 50 m, è stata realizzata con le principali caratteristiche di una linea di trinceramento italiana ed un punto d’osservazione con feritoie, in modo tale da far rivivere al visitatore quello che era lo scenario del Piave negli anni della Grande Guerra. Anche l’avamposto in cemento è stato ripristinato seguendo le indicazioni tratte da tavole costruttive del Genio Militare, è stata ricollocata la cupola e ripristinati i mimetismi. Per dare maggior valore ornamentale al sito, nello spazio che separa la trincea e l’argine in ciottolato, è stato realizzato uno spazio verde di pregio per eventi commemorativi con un pennone porta bandiera. Il murazzo Veneziano è stato ripulito dai sedimenti e ripristinato, con tecniche adatte, dove le radici degli alberi avevano rotto il ciottolato. 10150704_1458141477750842_283904188_nVerranno poi studiate ed elaborate piccole aree tematiche espositive e divulgative, con il supporto di plance illustrative poste in prossimità dei manufatti.In tal modo verrà a formarsi un percorso didattico che lungo il tracciato individuato prevede:
-la visita della trincea della Grande Guerra, in cui vi saranno tabelle con cenni storici sulla battaglia del Piave che interessò il paese di Saletto;
-la visita dell’opera di regimazione in ciotolato riportante l’effige del regime fascista eseguite nel fiume(realizzate per la prima volta nel 1688 per poi essere riprese nel 1936);

 

 

 

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stato attuale del sito recuperato

 

Storia delle opere di regimazione del fiume

I primi  interventi di regimazione del fiume Piave sono risalenti già al 1215, anno in cui negli statuti trevigiani è presente un ordinanza con cui si obbligano i Rettori del Comune a provvedere alla regimazione del fiume. Si legge infatti l’esecuzione dei lavori necessari ad providendum de laborerio Plavis et facto in conzo tenendo; inoltre nell’ordinanza sono indicati i luoghi dove il fiume poteva rompere gli argini per gettarsi sopra Treviso e quindi dove andavano fatti gli interventi di consolidamneto degli argini e di sistemazione delle rive.( dal Saxum de Nervisia usque super Ciglanum-spresiano- et ultra si erit necesse per supra ripa fluminis). Le opere, realizzate dalla repubblica di Venezia, sono stati di tipo idrulico per il tratto inferiore a valle di San Donà, mentre le arginature e le opere di derivazione hanno caratterizzato la parte alta del fiume. Tutti gli interventi vennero eseguiti per la tutela della laguna; solo in un secondo momento quando gli interessi amministrativi ed economici dei veneziani si spostarono sulla terraferma diventò importante anche la gestione del territorio. Per quanto riguarda il tratto oggetto di studio, vengono realizzate lunghe mura di contenimento dell’alveo del Piave a difesa degli argini a partire dal 1688. In età medievale il fiume Piave arrivò a minacciare Treviso e l’alta pianura trevigiana. Durante il regno italico, periodo in cui il Veneto passa dal dominio della repubblica di Venezia al Lombardo-veneto, l’influenza francese si fa sentire per quanto riguarda l’efficienza della rete idraulica e della viabilità terrestre(non analizzata in questa sede).

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La questione maggiormente trattata è la manutenzione delle arginature , particolarmente cruciale poco a valle delle ampie grave di Maserada e Cimadolmo, le grave di Candelù, dove il letto del Piave si restringe accentuando così il problema del contenimento delle acque di piena.
Nella cartografia del von Zach* appare evidente il punto critico nei pressi di Saletto, dove il fiume
scorre a ridosso dell’arginatura. A tal riguardo l’ing.Urbano Cariolati riferisce di un suo sopralluogo
confermando la gravità dell’erosione:
<<…l’alveo principale della Piave, superiormente al passo di Saletto, investe col suo vivo corso quasi di
fronte l’argine sopradetto, che pel tratto di 50 Metri è per intero mancante della scarpa al fiume[…]Le
operazioni da farsi in Piave per fermare la rapidacorrosione, io credo di dover suggerire tre Pennelli, o speroni […] e di più un rinforzo dì Argine dietro a detto lavoro in Acqua>>
E proprio della manutenzione di queste arginature dovette occuparsi il Cariolati, costruendo opere di
notevole importanza definiti “murazzi”. Purtroppo i lavori eseguiti effettuati lungo il medio corso del
Piave si rivelarono inutili in quanto, per sua natura, in questo tratto il fiume ha un letto mutevole dato
dal regime ancora torrentizio. Infatti in una mappa disegnata dall’ingegnere il 4 febbraio del 1821
raffigurante il tratto tra Candelù e Saletto si nota <<…l’andamento di un tratto secondario pel quale
negli anni decorsi scorreva l’acqua, per cui fu progettato nel 1820 il sottomercato ritiro[…] oggidì
reso inutile in forza dei cangiamenti posteriormente avvenuti>>.
Nel 1882 si registra una delle ondate di piena più forti della storia del fiume Piave.
Questo portò alla stesura di numerosi progetti per una pronta riparazione e miglioramento delle opere lungo il medio e basso corso del Piave da parte del Corpo Reale del Genio Civile.
Nel 1917 il fiume Piave entra nella storia italiana come fiume Sacro alla Patria. Infatti sulle sponde si attestavano la linea italiana(sponda destra) e la linea dell’impero austroungarico(sponda sinistra). Le arginature in seguito ai fatti bellici subirono ingenti danni, che però con la collaborazione tra Magistrato delle acque, Genio Militare e popolazione locale già nel 1924 potevano ritenersi ripristinate. Le operazioni di bonifica del fiume vengono scandite dalle piene, ad ogni piena di rilevante importanza seguono provvedimenti di intervento. Infatti dopo la piena del 1926 furono adottate tecniche perfezionate per il contenimento delle dinamiche erosive in tutto il bacino, con l’apertura di un laboratorio di studio di prove idrauliche a Padova nel 1933.
In questo caso la scelta tecnica che venne adottata fu quella di contenere l’azione erosiva del fiume tramite la ostruzione di manufatti di sasso e cemento,definiti come “repellenti a martello”.La funzione dei martelli era duplice; incanalare l’acqua di piena nella direzione voluta e favorire la sedimentazione dei materiali trascinati sul fondo dalla corrente con il conseguente rinascimento degli ambiti golenali più esposti. Gli ultimi interventi di ricostruzione e sistemazione eseguiti risalgono al 1966, anno in cui il Piave ebbe l’ultima grande piena.

LA GRANDE GUERRA a Saletto

Forze in campo:

Brigata Sesia III/202                                 64° divisione austriaca
Brigata Potenza 271                                70° divisione austriaca
8° Reggimento Bersaglieri                    71-72° reggimento austriaco
4 Batteria Bersaglieri ciclisti 3° compagnia
1726 Compagnia mitragliatrici
2078 Compagnia mitragliatrici
3° Genio radio-telegrafisti

Azioni

Dopo la ritirata seguita alla disfatta di Caporetto lo smarrimento e la confusione crescevano, e i tragici effetti delle artiglierie e delle granate palesavano la gravità dell’ora. Il ponte di Fagarè fu fatto saltare il 9 novembre 1917: la guerra era alle porte e fu imposto l’abbandono delle case e di ogni avere. La sera stessa venne impartito l’ordine di sgombero: le genti di Saletto, di San Bortolo, le famiglie più esposte furono, analogamente a quelle di altre località rivierasche, costrette a sfollare. Molti arretrarono nell’hinterland trevigiano, ma non mancarono partenze verso le province più lontane, Sicilia compresa.
med8 I giorni più importanti per il paese di Saletto nell’ambito della Grande Guerra furono il 15-16-17-18 Giugno 1918. Il 15 giugno, inizia l’offensiva imperiale; la Brigata Sesia è schierata dal Fortino triangolare (sull’Argine regio) a C. Broli. Sferratosi l’attacco, mentre il III/202° impedisce al nemico, giunto a sorpresa sull’isola Vittoria, di porre piede sulla sponda destra del Piave, il I/201° accorre da Molino Novo al caposaldo di C. Pasqualin per rioccuparlo, portare la difesa sull’Argine regio e di là spingersi, lungo lo stesso, fino a Fagarè e Bocca Callalta, ove dovrà collegarsi colla brigata Cosenza. L’8° compagnia del 202°, accorsa in difesa di Saletto che il nemico, passato tra le isole Como e Pisa, minaccia di occupare, lo arresta, gli infligge gravi perdite e gli prende 400 prigionieri e due mitragliatrici. Tutti i reparti della brigata, compreso il battaglione complementare, chiamato in linea, si battono con ammirevole slancio per respingere l’invasore a costo di gravi sacrifici di sangue. L’Argine regio è più volte preso e perduto; Molino della Sega, C, Pasqualin, C. Pastori, sono i perni della difesa intorno ai quali la lotta maggiormente infuria. Angelo Presciutti riporta nel suo diario gli avvenimenti da lui vissuti il 15 giugno 1918. Combatte nella brigata SESIA, e durante l’offensiva Austriaca la brigata riceve un ordine perentorio, terribile: bisogna sacrificarsi fino all’ultimo uomo per arginare l’offensiva nemica. Angelo combatte con coraggio, viene ferito ma rimane al suo posto, sotto  una grandine di fuoco e piombo. Il suo racconto è drammatico:

Non si capiva più niente, morti da tutte le parti, un rumore assordante.
L’ordine era chiaro: non abbandonare la posizione, dovevamo morire sul posto per arrestare il più possibile l’avanzata nemica.  Vedo  avanzare  verso  la  nostra  postazione  centinaia  di austriaci,  mi  giro  per  incitare  i miei compagni ma ero rimasto solo. La ferita non mi fa capire niente, il dolore è lancinante: mi prendono prigioniero
”.

Il 17 giugno alle ore 9 del mattino Saletto è conquistato dagli austriaci. Per ore gli scontri sono intensissimi, le sorti della battaglia più che mai incerta. Grazie all’azione di reparti di bersaglieri che compiono un efficace azione di accerchiamento verso sera sia Saletto che Candelù tornano nuovamente in mano italiana. Più a sud dello schieramento difensivo i reggimenti 71° e 72° austriaci avanzano fino a Fagarè. Nei giorni 16 e 17 la resistenza della brigata Sesia è pari al compito ricevuto, sacrificarsi sul posto ma non cedere, e le perdite subite sono un indice efficace del sacrificio: 119 ufficiali e 3331 militari di truppa, compreso un rilevante numero di dispersi. Nuovi tentativi di sfondamento sono effettuati a Maserada e Candelù dai reparti della 14° divisione austro-ungarica subendo gravi perdite. Il med1Comando italiano comanda nuovi contrattacchi e impone strenua resistenza ai propri reparti nei punti critici. Saletto come altri paesi rivieraschi sono ridotti in macerie. Sui ruderi delle abitazioni i fanti scrivono: “ Non passeranno”. Fino al 21 giugno gli scontri tra gli due schieramenti sono continui, i prigionieri austriaci e ungheresi riferiscono di una situazione militare critica. La notte del 21 giugno la 64 divisione ungherese e la 70 divisione austriaca attaccano nuovamente a Candelù e Saletto ma ne sono respinti subendo gravi perdite.
Alle 19 del 21 giugno 1918 il generale Boroevic fa riportare la linea austro-ungarica sulla sponda sinistra del Piave. Nel bollettino del 24 giugno 1918, n. 1126 si legge “…dal Montello al mare il nemico ripassa in disordine il Piave..” . E’ la fine dell’operazione Radetsky, la grande offensiva austro-ungarica nel settore del Piave si conclude.

Il bilancio di questa operazione mostra la violenza degli scontri e l’enormità delle perdite:
-8°e 3 °armata italiana: 4014 soldati morti, 62000 feriti o dispersi;
-6°armata austro-ungarica e 5° armata dell’isonzo: 5951 soldati morti, 66000 feriti o dispersi;

Recupero Postazione Mitragliatrice

 

Il gruppo dei giovani di Argine Maestro, con la collaborazione di altri ragazzi ha riportato alla luce una postazione di mitragliatrice risalente agli anni della prima guerra mondiale. La struttura, protagonista della battaglia d arresto delle truppe austro ungariche e dello slancio che portò alla vittoria, è stata pazientemente ripristinata allo stato originale. L iniziativa va a inserirsi in un progetto di recupero delle postazioni che fecero la storia del territorio di Saletto di Piave, creando un percorso storico invidiabile.

 

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